Moby Prince, la stretta al cuore in quel 10 aprile

Il 10 aprile 1991 sono seduto sulla poltrona di casa mia, da grande appassionato di calcio seguo la partita di coppa tra Juventus e Barcellona, siamo quasi alla fine e come mia abitudine mi abbandono ad un veloce zapping per vedere come sta andando la programmazione di Telegranducato. Sul video compare la faccia di Giorgio Cialdini che sta conducendo Casino Royal, il tono delle sue parole però non è allegro come al solito, sta parlando di una nave in difficoltà davanti al porto di Livorno. Le informazioni che arrivano in un primo momento non sono particolarmente allarmanti, decido però di lasciare la comoda posizione in poltrona per uscire e andare in redazione.

Nel giro di pochissimo tempo si capisce che sta accadendo qualcosa di grave, con l’operatore Angelo Serantoni montiamo in macchina e ci dirigiamo verso l’andana degli anelli, seguiti a breve distanza da Fabio Daddi e Marco Rombolini, due dei soci che hanno creato la Tv dal niente e che da dirigenti, in caso di necessità, non mancano di tornare a prendere in mano telecamera e microfono. Davanti alla Capitaneria del porto di Livorno siamo i primi a cercare di raccogliere informazioni, “C’è una petroliera in fiamme”, “ha urtato contro una bettolina”, “sembra coinvolto anche un traghetto”, le notizie si susseguono, vengono smentite e poi confermate in un quadro che sta diventando sempre più drammatico.

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Le immagini di Granducato Tv della notte della tragedia del Moby

Dopo un’ora la notizia è certa il traghetto Moby Prince per cause ancora non chiare ha urtato contro la petroliera Agip Abruzzo e in mare si è scatenato l’inferno. In porto arrivano i cronisti e poi pian piano i familiari e gli amici di chi lavora o si è imbarcato sul traghetto della Navarma. C’è un volto che poi diventerà per noi giornalisti molto familiare che non riesco a dimenticare, è il volto di Loris Rispoli fratello di una delle ragazze che lavorano sul Moby. Lui abbraccia la madre, dalla banchina guarda verso l’imboccatura del porto, aspetta notizie certe ma è come se avesse già capito tutto, i suoi occhi sono lo specchio del dramma. Arrivano alcuni soccorritori, il mozzo Alessio Beltrand unico superstite del Moby, poi l’equipaggio dell’Agip Abruzzo, “Sono tutti morti” dice qualcuno, rimaniamo impietriti.

Dopo poche settimane di lavoro in redazione, mi trovo a confrontarmi con un fatto troppo grande, manco dell’esperienza necessaria, non conosco a fondo quello che devo cercare e quello che devo raccontare in Tv. Mi muovo basandomi sull’istinto e così fa Angelo con la sua telecamera. A distanza di tempo riascoltare la mia cronaca in presa diretta fa un certo effetto, è un misto di frasi slegate, alcune senza senso frutto dell’incertezza generale su cosa realmente fosse accaduto e dell’incertezza personale. Quella cronaca però ha una forza dirompente, è vera non studiata a tavolino a trasmette le sensazioni reali, tanto che Giovanni Minoli nella trasmissione Mixer la utilizza come filo conduttore della sua ricostruzione della tragedia.

Nel cuore della notte ci è consentito di salire su un rimorchiatore per uscire in mare a fare alcune riprese, il tragitto è breve, dopo poco cominciamo a scorgere il fuoco intorno all’Agip Abruzzo, la petroliera sta bruciando, il greggio fuoriuscito brucia, sembra di entrare in un girone infernale. Fiamme alte, equipaggio salvo, rischi ambientali, queste sono le notazioni sul taccuino. Il comandante del rimorchiatore ci dice: “Se volete vedere il traghetto dobbiamo andare a sud”. Percorriamo qualche miglio, è buio, dall'oscurità quasi all'improvviso sbuca la sagoma del Moby prince, lo scafo è completamente annerito gli oblo sono dei puntini arancioni, all'interno sta bruciando tutto, non ci sono segni di vita. L’angoscia rende difficile tenere in mano il microfono e fare lo “stand up” davanti alla telecamera.

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Il Moby Prince ormeggiato alla Darsena Petroli

Nelle ore successive la città è immobile davanti alla disperazione dei familiari, davanti al cancello del capannone dove vengono riuniti i corpi delle vittime sostano alcuni dei cinquecento familiari giunti da tutta Italia. Non è facile tenerli lontani e convincerli che è meglio attendere alla stazione marittima la convocazione della prefettura. Il lavoro dei vigili del fuoco intorno al relitto è stato molto rallentato nelle prime ventiquattrore dalle lamiere incandescenti fuse a ottocento gradi. La nave ha smesso di bruciare dopo molto tempo e solo allora il traghetto è stato percorso da prua a poppa. “Sono circa sessanta i corpi trovati nel check-point e nel salone-tv. Ne abbiamo trovati tanti altri vicino al portellone di uscita - racconta ai nostri microfoni Fabrizio Ceccherini, comandante dei vigili del fuoco di Livorno - Qualcuno ha il giubbotto di salvataggio, altri un panno sulla bocca. Sono molti i fatti che fanno credere che qualcuno abbia impartito istruzioni per la fuga. Quella gente ha capito perfettamente cosa stava succedendo. In poco tempo sono morti tutti”. Parole che sono una stretta al cuore che avverto anche a distanza di anni quando sento Loris Rispoli, ora presidente del comitato Moby 140, leggere i nomi delle vittime del più grave disastro della marineria civile italiana.

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Il corteo dei familiari delle vittime durante uno degli anniversari della tragedia del Moby Prince

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