Pancaccini riflette sul mondo del Vernacolo tra Covid e il domani

LIVORNO- Un anno senza calcare le scene, Giuseppe Pancaccini riflette su questa scelta, sul futuro del teatro popolare di tradizione del vernacolo livornese e sul male all’arte che ha fatto il coronavirus.

Classe 1939, Pancaccini ha iniziato quando ancora il mondo era in bianco e nero, sia sugli schermi che sulla vita e bisognava risolvere ogni priorità tutti i giorni, peggio che adesso.

Ha sempre detto che ha sulle spalle 40 anni di teatro ma questa cifra viene calcolata sulla base del ruolo da lui assunto nel voler mettere in scena i suoi lavori mentre se si allarga la questione la sua storia anche su quanto abbia fatto come attore, cantante, macchinista di scena, trovarobe, allora si toccano i 60 anni e passa.

Pancaccini ha conosciuto il padre del vernacolo livornese, Beppe Orlandi, lo ha visto prendere piede e allargarsi ad altri scrittori, autori e registi, c’è cresciuto dentro per poi maturare con la scelta di non essere emule e ripetitivo nel proporre i “classici” ma bensì intuire il presente e tradurlo nella lingua opportuna.

Lo specchio del tempo che trascorre e viene vissuto dallo spirito della città che gli ha sempre dato linfa vitale e spunti.

Le vicende della vita poi causano necessarie riflessioni e decisioni che si basano su molteplici fattori, dalla salute personale alla salute dei suoi “compagni” di avventura che il susseguirsi dei calendari porta via.

Questo indica che allora, in lunga prospettiva, non c’è ricambio.

Invero il ricambio c’è anche se sproporzionato, ovvero un nuovo attore ogni tre caratteristi che entrano in età pensionabile.

Questo perché recitare è un desiderio di tutti, ma il linguaggio che il vernacolo richiede è fatto dei tempi nei quali l”humus” dello spirito narrativo si è formato.

Il vernacolo si può evolvere certo e su questo Pancaccini è ottimista.

Già quello dei tempi di Beppe Orlandi non è quello di Pancaccini, Lena e via continuando.

Il messaggio di Pancaccini vuole quindi essere un passaggio di testimone, un percorso che continua come il crescere di una grande pianta che ha un robusto tronco dal quale partono molteplici rami.

La cultura della Livorno del dopoguerra non c’è più perché si spegne con l’età ma subentra un altra Livorno, quella degli anni che ci accompagnano al nuovo millennio.

Non solo, Pancaccini mette alla prova la lingua, l’espressione e lo spirito della sua città a servizio di altri percorsi, quelli del mito della letteratura italiana come il Pinocchio di Collodi e ancora dipiù la Divina Commedia di Dante.

Ora emergono nomi nuovi e nello speciale che andrà in onda il 25 aprile alle 15.15 e alle 21.45 e il 26 aprile alle 11.45 e alle 18.50 non dimentica di citarli.

Ne parliamo anche nei nostri notiziari che possono essere seguiti anche su mobile e smartphone in contemporanea con la diretta di Live Tv.

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