La Dichiarazione del Duce e la sua eredità

ROMA- La dichiarazione di guerra pronunciata 70 anni fa esatti, il 10 giugno 1940, è una pagina della Storia d’Italia che deve essere ricordata perché fondamentale per le sue conseguenze.

In un segmento della storia che viene ancora oggi considerato troppo recente per non incorrere in contraddittori ideologici va da se che può essere raccontato solo attraverso elementi oggettivi e quindi inconfutabili.

Per il panorama storico-politico rimandiamo ad una piacevole lettura su qualsiasi libro di storia che si occupa di Storia Contemporanea, materia che trova numerosi contributi di studio da parte di Istoreco.

Molte volte si scagiona la scelta di una simile decisione proprio in relazione alla “situazione del momento” e che gli obblighi imposti dalla alleanza, detta “Patto d’Acciaio” imponeva.

Un patto, cioè una alleanza, che nei suoi articoli evidenziava come una dichiarazione di guerra dovesse essere argomentata e decisa in modo condiviso, rispettando il   parere di “tutti” gli alleati e trovando una risposta che fosse accolta tra le parti.

Nell’ultimo incontro che il Duce ebbe con Hitler il 18 marzo 1940, la relazione tra i due era già tesa: La rabbia per la dichiarazione di guerra della Germania alla Polonia il 1° settembre 1939 non era stata condivisa e quindi andava contro un Patto che avrebbe potuto essere “reso nullo”.

Il Duce escogitò quella sorta di “Non Belligeranza” che sposa la natura di abile compromesso nel dire e non fare che è proprio di una dialettica tipicamente nostrale.

Potrebbe essere raccontato del ben noto “Memoriale Cavallero” con il quale il Duce giocò la carta delle promesse pattuite. L’Italia sarebbe stata pronta e lo Stato Maggiore Italiano aveva indicato come plausibile il 1942 e visto che la guerra era iniziata prima per l’Italia era necessario avere una fornitura di materie prime necessarie a far entrare l’Italia in guerra e a conti fatti alla Germania sarebbe stato necessario inviare circa 15.000 convogli ferroviari di materie necessarie. Il Fuhrer ne rise e continuò.

Quando oramai la Francia era palesemente sconfitta, il Duce volle “infilarsi” nella guerra in corso scrivendo al suo alleato della decisione presa. Lo stesso alleato lo invitò a non fare alcuna dichiarazione perché non era più necessario.

Con la dittatura, in Italia Senatori e Deputati non esistevano più. Al loro posto c’era il Gran Consiglio del Fascismo che però non era stato più convocato dall’aprile del ’39.

Le decisioni furono “solitarie”. A Lungo sia l’intero Comando di Stato Maggiore che i suoi più intimi confidenti, amici e  familiari, cercarono di dissuaderlo dal prendere una decisione simile e di continuare a temporeggiare, anche a seguito di quanto espresso dal Fuhrer stesso.

Ma il Duce aveva paura di vedersi soffiare la possibilità di sedere al tavolo dei vincitori e senza l’appoggio di alcuno, senza nessun avviso e senza nessuna operazione preparatoria, fece la sua dichiarazione da quel balcone.

Il Duce “voleva i suoi 1000 morti” ma l’Italia pagò questa dichiarazione con oltre 700.000 morti, l’80% di industrie e infrastrutture andate distrutte ed un debito economico che ancora oggi grava sulle spalle delle nuove generazioni.

A completamento dei nostri notiziari che possono essere seguiti anche in contemporanea su cellulare e smartphone con la diretta di Live TV.

 

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