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Santa Sofia e le sue “sette” vite

ISTANBUL- Le tante chiese in Santa Sofia, anche l’ultima che porta il volto di Erdogan. Ce ne sono diverse e ognuna di queste ha una storia di fede e di politica che si stringono la mano.

C’è la prima chiesa che si chiama semplicemente Megale Ecchlesia, la Grande Chiesa, dedicata a Gesù Cristo, ed inaugurata dall’Imperatore Costanzo II nel 360 come atto con il quale l’Impero stabiliva che sarebbe stato il Cristianesimo la religione primaria.

Chiesa andata distrutta da un incendio appiccato da mano ignota durante la dura lotta intestina tra il Patriarca di Costantinopoli e la moglie dell’Imperatore Arcadio, Elia Eudossia che sosteneva la versione “Ariana” del cristianesimo.

Ecco allora sorgere una seconda chiesa sulle ceneri e le rovine della prima, per volere dell’Imperatore Teodosio II e restituita al culto di Gesù.

La seconda chiesa ebbe vita, bruciata da un altro incendio ed un massacro che si consumò davanti al suo ingresso quando le truppe dell’Imperatore Giustiniano uccisero quasi 10 mila civili nella rivolta di Nika, perchè la popolazione si ribellò per le eccessive imposizioni fiscali e il rincaro dei prezzi volute dall’Imperatore per finanziare le sue guerre di espansione.

Ancor oggi all’interno di Santa Sofia si conserva la cosiddetta "colonna piangente", una colonna di marmo da cui si dice che stillino le lacrime dei rivoltosi uccisi e seppelliti a centinaia nelle fondamenta della Basilica e che risalirebbero da quella colonna che affonda nel terreno.

Fu proprio Giustiniano a far erigere la terza chiesa e a ingigantirla ancor di più dandole il nome che porta ancora oggi, Santa Sofia, inaugurandola personalmente dopo aver ordinato venisse edificata con le pietre, i marmi e i legni più pregiati di tutto l’impero.

Essa doveva rappresentare l’unione fra l’unica e sola fede, il Cristianesimo ed un unico e solo “Stato”, L’impero, che lui intendeva restaurare. Così Santa Sofia divenne la sede del patriarca e il luogo dove tutti gli imperatori sarebbero stati incoronati.

Quando l’Impero giunse alla curva irrimediabile della sua decadenza, la Basilica fu presa d’assalto dall’esercito crociato. In quei giorni del 1204, lo storico Niceta Coniate racconta di come nella basilica si camminasse con le gambe immerse fino alle ginocchia nel sangue per l’avidità dei crociati i quali dopo aver massacrato i civili che vi si erano rifugiati in massa sperando nella sacralità del luogo, si misero a profanare reliquiari, le tessere dorate degli immensi mosaici, portando via insomma, ogni oggetto che avesse valore e massacrandosi l’un l’altro in una furia devastatrice e avida che non sembrava fermarsi.

Santa Sofia divenne allora come sua quarta vita, una Cattedrale Cattolica e lo rimase fino a quando, nel 1261 la città tornò sotto il controllo dei bizantini che la tennero fino al 1453 quando la città cadde sotto la conquista dei turchi ottomani, con il tradizionale massacro che avviene ad ogni passaggio di proprietà.

Ma la bellezza e l’antichità del luogo addolcirono anche il Sultano Maometto II che volle restaurarla completamente e trasformarla in Moschea, anzi, oltre ad essere completamente restaurata e abbellita con manufatti di stile islamico, minareti compresi, il Sultano pretese fossero abbattute le case civili intorno alla moschea nel raggio di 25 metri, raggio che egli stesso indicava come area di assoluto rispetto e da quel giorno, divenuta Aya Sofia, conobbe solo funzioni religiose.

Quando, alla fine del Primo Conflitto mondiale, l’impero ottomano si sfaldò e fu cancellato dalle carte politiche con il trattato di Losanna del 24 luglio 1923, il primo presidente della nuova Repubblica della Turchia, Kemal Ataturk, volle dimostrare il nuovo “volto” dello Stato e decise di trasformare Santa Sofia in un museo.

Vennero rimossi i tappeti delle preghiere e riportati alla luce i mosaici e le decorazioni bizantine così pazientemente “conservati” coperti dagli architetti turchi.

Questa sesta vita è durata fino alla decisione “politica” di Erdogan di riportarla ad essere una Moschea facendo ospitare in Santa Sofia la prima preghiera pubblica proprio lo stesso giorno e mese della stipula del trattato di Losanna.

Ora i tappeti sono tornati a coprire i mosaici e le immagini bizantine mentre sotto il suo pavimento migliaia di anime continuano a piangere versando lacrime da quella colonna.

Santa Sofia ha così tanti secoli che forse, un giorno, di Erdogan non se ne ricorderà neppure, come un giorno i tappeti torneranno ad essere tolti, o rimarranno, l’importante è che nel raggio di quei 25 metri intorno a lei si mantenga il rispetto assoluto al quale essa si è abituata da sei secoli.

A completamento dei nostri notiziari che possono essere seguiti in contemporanea su cellulare e smartphone con la diretta di Live Tv.

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