LIVORNO- Foibe, termine ora divenuto noto e comprensibile e che rimanda ad una pagina lacerante e lacerata della storia italiana, il giorno del ricordo serve a non cancellarla.

Da quando venne istituita ufficialmente il giorno del ricordo, nei comuni di tutta Italia è andato rinnovandosi e crescendo l’obbligo morale a riconoscere il dovuto e silenzioso rispetto verso le vittime di quel dramma.
A Livorno c’è un monumento dedicato al cimitero della Misericordia ed una piazza con giardinetto, nella zona di Antignano è dedicata quale “Largo Martiri delle Foibe”.
Una visione più aperta e priva di retrogusti ideologici e politici, così il Presidente Mattarella ha voluto rammentare questa pagina del passato.
Il giorno del ricordo deve essere vissuto nella giusta ampiezza del suo dramma, nella giusta riflessione delle mille contraddizioni, paure, omertà, paure e tentativi di smussare un episodio di grande ferocia.

Perchè il giorno del ricordo non dista molto dal giorno della memoria poiché a prescindere dal tema trattato raccontano entrambi di crudeltà, violenza, disumanità che non hanno alcuna giustificazione plausibile.
Una vergogna a prescindere, con doppia pesantezza, si potrebbe dire, perché quanto attuato dalle brigate “Titine” in Slovenia, Croazia, Istria, Dalmazia, avvenne a distanza di pochi mesi dalla scoperta di quanto fosse stata capace, certa umanità con la Shoa e le altre vittime in quei campi di sterminio.
Una umanità che ha un bisogno continuo di qualcuno o qualcosa che rammenti quanto ha fatto, una responsabilità necessaria e costante perché poi questo vizio rimane.
Rimane in aree del pianeta varie e disparate.
Un fenomeno che la storia del XX secolo ripropone nel Sud-est Asiatico, in Africa, in America Latina e poi di nuovo in Europa, nei Balcani.

Un luogo chiave per la Toscana potrebbe essere il piccolo comune di Pergine.
Qui il giorno del ricordo è stato vissuto guardando a quel campo di concentramento fatto di baracche e filo spinato che venne impiegato per i prigionieri di guerra durante il secondo conflitto mondiale, per i destinati ai campi di sterminio nel biennio ‘43-’45 e per i profughi istriani qualche anno dopo.
Una continuità che potrebbe apparire pratica ma che ha un sapore di amaro cinismo.
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