Parlamento, una crisi risolvibile per evitare i “tagli”

ROMA- Il governo in crisi e l’iter di verifica sulla fiducia e sulle possibili alternative ma si leva alta una garanzia di prosecuzione che si basa sul destino dei seggi nel Parlamento Italiano.

Con il recente referendum infatti, è stato stabilito che verranno operati vistosi tagli e sia la Camera dei Deputati che quella del Senato, saranno ridimensionati nel numero dei seggi.

Quel che sembra fungere da collante è proprio il seggio in senso fisico e quello che dal punto di vista economico possa significare.

Insomma un posto così ben remunerato, come fare a rischiare di perderlo?

Eppure non è stato sempre così, nel corso della storia del Parlamento Italiano, questa gran pioggia di benefici è giunta copiosa nel corso degli ultimi anni, diamo un occhiata.

Il Parlamento italiano si costituì con l’unità promossa nel 1861 e abbracciò lo Statuto Albertino stabilito nel Regno di Sardegna già nel 1848.

In esso c’era l’articolo 50 che stabiliva che “Le funzioni di Senatore e di Deputato non danno luogo ad alcuna retribuzione od indennità”. Ma ben presto, con l’ascesa di nuovi indirizzi politici e tra questi le sinistre che esprimevano rappresentanti provenienti dal mondo del lavoro operaio, era difficile poter svolgere la propria funzione parlamentare con una rendita personale davvero bassa. Così su indicazione dell’allora Presidente del Consiglio Giolitti, fu stabilito per quei primi deputati del Partito Socialista che entrò in Parlamento con 15 seggi all’indomani delle elezioni politiche del 1895 un compenso di 500 lire mensili per garantire vitto e alloggio nella capitale col fine di non avere problemi a poter svolgere il loro mandato parlamentare garantendone la presenza.

Non mancarono forti voci di opposizione ma la “pista” era stata aperta e con il crescere dei deputati provenienti da una condizione di vita media meno agiata si arrivò, insieme alla grande riforma elettorale a suffragio universale del 1912.

Parlamento italiano 1912

Venne deliberato che i Deputati ricevessero 2000 lire quale compenso per spese di corrispondenza e 4000 lire come indennità di mandato. Non avrebbe avuto titolo a questa indennità il deputato percettore di qualsiasi rendita superiore alla quota di 4000 lire o comunque, qualora l’avesse percepita sotto varie forme, darebbe stato indennizzato della “differenza”.

L'indennità fu allora introdotta per la sola Camera dei deputati ma non per il Senato del Regno, che era di nomina regia e vitalizia. Nel primo dopoguerra ci fu una grossa crisi economica e gli eventi dettati dalla nascita degli estremismi “operativi” portò alla nascita di gettoni di presenza per deputati e senatori. Fenomeno che durò fino all’arrivo della dittatura e, di conseguenza, fino al termine del secondo conflitto mondiale, il plebiscito monarchia-repubblica e la nascita della Repubblica Italiana.

In pratica dal 1948 in poi gli interventi che decretano correzioni, gettoni, vitalizi, addende è tale che ha portato di fatto a valori elevati al punto da vedere impallidire le retribuzioni dei colleghi parlamentari di altri paesi europei che denunciano ingressi molto minori.

Forse è una simile agiatezza ottenuta nel volgere della stessa storia della Repubblica Italiana a suggerire resistenze nel decidere di voler tornare al voto, per farlo ci vorrebbe una crisi grossa, ben visibile, dalla quale non poter trovare altre soluzioni per evitare di spolpare di posti il Palramento.

A completamento dei nostri notiziari che possono essere seguiti su cellulare e smartphone in contemporanea con la diretta di Live Tv.

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